Finestra rotta di un edificio abbandonato

Storia · Capitolo 13 di 16

Il ritorno delle «ex persone»

Finestra rotta di un edificio abbandonato a Goli otok

Per la maggior parte dei reduci da Goli otok e da Sveti Grgur la libertà non significò un reale ritorno alla normalità. Nella società degli anni Cinquanta e Sessanta restavano politicamente marchiati come «ex persone»: sospetti, isolati e facilmente emarginabili. In molti ambienti li accoglievano il silenzio, la paura e l’evitamento, e lo stigma colpiva spesso l’intera famiglia.

Le condizioni per l’uscita: la «revisione» e l’integrazione del verbale

La liberazione era raramente vissuta come un semplice «aver scontato la pena». In pratica comprendeva spesso:

  • l’accettazione delle accuse dell’UDBAUDBADirezione per la sicurezza dello Stato (Uprava državne bezbednosti): polizia politica segreta jugoslava incaricata della sorveglianza e della persecuzione degli oppositori, reali o presunti, del regime. e l’«integrazione del verbale» (la menzione di tutti i potenziali nemici dello Stato in libertà e l’elenco di tutte le proprie azioni ostili)
  • l’uscita dalla condizione di condannato boicottato (lo status gerarchico più basso tra i detenuti) attraverso la «revisione della posizione»Revisione della posizione (revidiranje stava)Il «pentimento» pubblico per le opinioni che l’UDBA aveva dichiarato antistatali e il consenso a collaborare con l’UDBA. Era la condizione per avanzare nella gerarchia del campo. (il detenuto si sforza di dimostrare lealtà all’UDBA)
  • l’ingresso nell’«aktiv»AktivIl nucleo politico dell’autogestione dei detenuti: detenuti «revisionati» che conducono le riunioni, orientano gli attacchi contro gli «inaffidabili» e riferiscono all’UDBA. del campo (l’associazione dei detenuti che si sforzano di dimostrare lealtà all’UDBA) come segno di «riabilitazione»
  • il consenso alla piena collaborazione con l’UDBA e alla prosecuzione della sorveglianza dell’UDBA in libertà

La sorveglianza dopo il ritorno: colloqui, incarichi e autocensura

Al ritorno una parte degli ex detenuti riceveva «incarichi» o aspettative: presentarsi all’UDBA locale, osservare gli umori dell’ambiente circostante e riferire informazioni sugli altri reduci. Anche quando non c’era un «incarico» formale, le periodiche convocazioni per «colloqui» mantenevano la sensazione di un controllo costante.

Il campo non finì con l’uscita dall’isola.

Come raccontavano molti reduci

Molti raccontavano che il campo non era finito con l’uscita dall’isola: il terrore si era trasferito nella vita quotidiana attraverso le convocazioni, gli interrogatori e la sensazione che ogni parola potesse diventare una prova contro di loro. In un’atmosfera del genere si diffondeva la cautela: le persone evitavano i contatti pubblici, temevano di essere associate a un «cominformista», e i reduci vivevano spesso sotto la pressione del silenzio e dell’autoisolamento.

Lavoro e istruzione: un controllo sotto la superficie

L’impiego era spesso un «test di riabilitazione». Benché molti fossero stati internati con un provvedimento amministrativo (senza una classica sentenza giudiziaria), lo stigma agiva in pratica come un divieto informale di assunzione. Le imprese non assumevano persone con biografie sospette.

Modelli tipici:

  • impossibilità di tornare ai precedenti lavori qualificati
  • assegnazione a lavori inferiori, spesso manuali
  • studi interrotti e difficoltà a proseguire l’istruzione, benché una parte dei detenuti sia comunque riuscita a completare la propria formazione

La famiglia come prolungamento della pena

La pressione non colpiva soltanto il detenuto. Durante l’internamento le famiglie potevano essere esposte a umiliazioni e ricatti: l’aspettativa che il coniuge divorziasse e rinnegasse pubblicamente il detenuto, la perdita del diritto alle misure di assistenza sociale, la discriminazione dei figli e il diffondersi della paura tra i parenti. In alcuni casi le famiglie non avevano informazioni attendibili su dove si trovasse l’internato e se fosse vivo.

Al ritorno la famiglia entrava spesso in un periodo di «normalità» che era solo apparente. Molti detenuti non parlavano del campo neppure ai loro cari più stretti: per paura, per vergogna o per il desiderio di proteggere la famiglia.

Conseguenze tangibili: che cosa si vedeva sul corpo e nel comportamento

I familiari potevano notare:

  • un forte calo di peso e uno stato di sfinimento
  • lesioni permanenti agli arti e difficoltà di movimento
  • la perdita di denti e conseguenze visibili della scarsa igiene e della violenza
  • cicatrici (dovute al lavoro, alle ferite e alle punizioni)
  • disturbi del sonno (grida nel sonno, incubi)
  • il ricorso all’alcol
  • fasi depressive, bruschi sbalzi d’umore e fobie (ad es. paura delle persone e del buio)

Il silenzio politico e l’«apoliticità» come strategia di sopravvivenza

I rapporti dell’apparato di sicurezza (UDBA) registravano la passività dei reduci: l’evitamento delle organizzazioni sociali, la cautela nei contatti e l’invito ad altri a tacere. Per molti l’esperienza del campo significò una rottura definitiva con la politica.

Nei momenti delicati (ad es. visite di importanti statisti o di delegazioni diplomatiche) gli ex detenuti potevano essere in pratica ulteriormente limitati: convocazioni per colloqui, divieti di spostamento o altre forme di sorveglianza «preventiva».

Dagli anni Novanta: un riconoscimento tardivo e diritti disuguali

I cambiamenti dei primi anni Novanta aprirono lo spazio per parlare pubblicamente della repressione e per fondare associazioni. Ma il riconoscimento e il risarcimento non furono automatici. Lo status di prigioniero politico si otteneva spesso attraverso procedimenti individuali: domande, prove da fornire e il confronto con archivi lacunosi.

Problemi frequenti:

  • documentazione incompleta e procedimenti lenti
  • prassi disomogenee di riconoscimento e di indennizzo
  • costi e procedimenti giudiziari estenuanti per chi chiedeva una riabilitazione formale

Glossario

UDBA
Direzione per la sicurezza dello Stato (Uprava državne bezbednosti): polizia politica segreta jugoslava incaricata della sorveglianza e della persecuzione degli oppositori, reali o presunti, del regime.
Revisione della posizione (revidiranje stava)
Il «pentimento» pubblico per le opinioni che l’UDBA aveva dichiarato antistatali e il consenso a collaborare con l’UDBA. Era la condizione per avanzare nella gerarchia del campo.
Aktiv
Il nucleo politico dell’autogestione dei detenuti: detenuti «revisionati» che conducono le riunioni, orientano gli attacchi contro gli «inaffidabili» e riferiscono all’UDBA.